Italiani popolo di santi, poeti, navigatori? Probabilmente anche di podisti. Ed oggi erano proprio tanti, anche se la primavera si è fatta ancora desiderare, a colorare i sentieri della campagna Lodigiana attraverso degli scorci che, nonostante le colate di cemento sempre più numerose tra strade e case nuove, ricorda ancora il paesaggio rupestre tanto simile a quello raccontato da Bernardo Bertolucci nel celebre “Novecento” del resto poi girato non così lontano da qui. Chi ha qualche anno in più ha sospirato al ricordo dei tempi che furono, i più giovani hanno scrollato le spalle ma nessuno si è fermato perché oggi c’era da correre, da camminare e comunque da tagliare il traguardo vuoi che fosse posto a 4-8-12-17-24 km. Correre non è solo cronometro, non è solo salute ma correre è soprattutto magia ed emozione, sentimenti che ognuno ricerca dentro di se e che tira fuori dalle proprie motivazioni ritrovandosele addosso insieme a quel sudore che bagna la maglietta e a quel fiatone che impedisce di parlare. Abbandonare il paese e addentrarsi nei campi non è solo uno spostamento fisico ma principalmente un viaggio mentale, passo dopo passo sempre più lontani dal rumore, dal caos, dal logorio della vita moderna come recitava la pubblicità del famoso amaro ai carciofi. E chiedetelo a loro, a quei 2260, chiedete se durante quella corsa hanno pensato ai problemi della vita, allo spread, alla crisi economica, al prezzo della benzina, a come arrivare a fine mese, prescindendo dal fatto che fossero corridori esperti, camminatori o neofiti. Guardare da lontano lo loro magliette colorare, ascoltare il rumore dei passi sul selciato, senza voler scomodare troppo i miti dello sport, ha fatto balzare alla mente quella frase di Jesse Owens, atleta plurimedagliato americano di colore che durante i giochi Olimpici di Berlino in piena era Hitleriana ha avuto il coraggio e la forza di stringere la mano e diventare amico del suo rivale tedesco “non importa cosa trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre stai correndo, il miracolo non è essere giunto al traguardo, ma avere avuto il coraggio di partire”. Oggi possiamo essere sicuri che il germe di quel coraggio sia attecchito nel cuore di tanti. Il Gruppo Podistico Tavazzano grazie alla pluriennale esperienza nell’ organizzazione di marce (questa era la 34a edizione della marcia del Nebbiolo) e ad un grande sforzo di mezzi e uomini, tutti rigorosamente volontari, ha cercato in tutti i modi di mettere ognuno nelle migliori condizioni per rincorrere i propri sogni, fortunatamente trovando l’approvazione di tanti appassionati e non. E’ stata installata una meticolosa segnaletica, allestiti ricchi ristori, messo in sicurezza con l’aiuto della protezione civile gli incroci stradali e cercato di districarsi tra le incombenze del nuovo regolamento Fiasp per le iscrizioni. Al di fuori delle emozioni c’è anche una doverosa cronaca che registra la vittoria nell’unica classifica valida, quella dei gruppi più numerosi, del Gruppo Podistico Casalese con 76 iscritti seguito a ruota dal gruppo di Valera Fratta e dal gruppo milanese Viviam Centanni con rispettivamente 67 e 50 iscritti, via via tutti gli altri per un totale di ben 88 gruppi di cui 6 locali con il Gruppo Palestra che si è aggiudicato il premio Fabio Girometta. Immancabile ormai da tre anni, ai classici 5 percorsi se ne aggiunge uno speciale di 2 km senza barriere architettoniche per atleti disabili. Quest’anno grazie alla preziosissima collaborazione dell’ Associazione ProHandicapatti di Tavazano i partecipanti sono stati ben 27 provenienti da diversi paesi che, con i loro accompagnatori, hanno dato vita ad un’entusiasmante gara dove a trionfare è stata la felicità di tutti quelli che hanno potuto dire “io c’ero”.
Chissà se tra questi 2260 c’era qualche santo, poeta o navigatore sicuramente tutti erano podisti con i propri sogni, uomini e donne di ogni età oggi un po’ più felici per aver avuto l’opportunità di condividere la stessa passione.







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